La disciplina sui pagamenti delle retribuzioni impone ai datori di lavoro l’utilizzo di strumenti tracciabili, con l’obiettivo di contrastare fenomeni di lavoro irregolare e garantire trasparenza nei rapporti di lavoro. Il divieto di corresponsione in contanti rappresenta oggi un principio consolidato dell’ordinamento lavoristico, con rilevanti conseguenze sanzionatorie in caso di violazione. Su questo tema è recentemente intervenuta (nuovamente ) la Corte di Cassazione, fornendo chiarimenti interpretativi di particolare interesse soprattutto in relazione al criterio di calcolo delle sanzioni amministrative, anche sulla scorta delle indicazioni dell'ispettorato.
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1) Il caso: stipendio settimanale in contanti
La controversia trae origine da un accertamento ispettivo che aveva rilevato, tra le altre violazioni, il pagamento delle retribuzioni in contanti a una lavoratrice, con cadenza settimanale.
A seguito dell’ispezione, veniva emessa ordinanza-ingiunzione per il pagamento della sanzione amministrativa, calcolata sulla base del numero delle singole erogazioni effettuate NON in modalità tracciabile.
Il datore di lavoro proponeva opposizione, sostenendo che la sanzione avrebbe dovuto essere riferita alla retribuzione nel suo complesso e non a ciascun pagamento effettuato. Inoltre, veniva contestata l’applicazione del cumulo materiale delle sanzioni, ritenendo applicabile il cumulo giuridico previsto per le violazioni amministrative.
Sia il giudice di primo grado che la Corte d’appello rigettavano l’opposizione, sulla base delle le dichiarazioni rese dalla lavoratrice, ritenute coerenti e non contestate, dalle quali emergeva chiaramente la corresponsione della retribuzione con cadenza settimanale
La determinazione della sanzione veniva quindi ritenuta corretta, in quanto commisurata al numero dei singoli pagamenti. in contanti.
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2) La decisione: ogni pagamento è illecito autonomo
La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione dei giudici di merito, fornendo un’interpretazione chiara della normativa in materia di tracciabilità delle retribuzioni. In particolare, la Corte ha chiarito che, ai sensi dell’art. 1, commi 910, 911 e 913 della legge n. 205/2017, l’obbligo di pagamento con strumenti tracciabili riguarda ogni singola erogazione avente natura retributiva.
Secondo i giudici di legittimità, il termine “retribuzione” deve essere inteso come obbligazione periodica del datore di lavoro, generalmente corrisposta con cadenza mensile, ma suscettibile di frazionamento in più pagamenti. Proprio questa caratteristica comporta che ogni singola dazione effettuata in violazione delle modalità tracciabili integri un autonomo illecito amministrativo.
La Corte ha quindi affermato il principio secondo cui la sanzione deve essere applicata per ciascun pagamento non conforme, e non in relazione all’intero periodo retributivo. Tale interpretazione risponde alla finalità della norma, che è quella di garantire la piena tracciabilità di tutti i flussi economici tra datore e lavoratore.
Quanto al cumulo delle sanzioni, è stata esclusa l’applicabilità del cumulo giuridico, in quanto le violazioni derivano da condotte distinte nel tempo, rappresentate dai singoli pagamenti effettuati. In tali casi trova applicazione il criterio del cumulo materiale, con conseguente somma delle sanzioni per ogni violazione.
Infine, la Corte ha ribadito che la motivazione dell’ordinanza-ingiunzione non deve necessariamente dettagliare il procedimento di quantificazione della sanzione, essendo sufficiente l’indicazione degli elementi essenziali, fermo restando il potere del giudice di verificarne la congruità in sede di opposizione.
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