Con la sentenza n. 52 del 25 febbraio 2026 (depositata il 16 aprile 2026), la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Tribunale di Trento in merito al meccanismo di rivalutazione automatica delle pensioni per gli anni 2023 e 2024. Sotto esame erano l'art. 1, comma 309, della legge 29 dicembre 2022, n. 197 (Legge di bilancio 2023) e l'art. 1, comma 135, della legge 30 dicembre 2023, n. 213 (Legge di bilancio 2024).
Entrambe le norme avevano stabilito le aliquote di rivalutazione pensionistica applicandole sull'importo complessivo del trattamento — il cosiddetto sistema "a blocchi" — in deroga al sistema ordinario "per fasce" o "a scaglioni" previsto a regime dall'art. 1, comma 478, della legge 27 dicembre 2019, n. 160.
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1) Il caso: rivalutazione a blocchi o a scaglioni?
Il Tribunale di Trento aveva sollevato la questione nel corso di una controversia promossa da un pensionato titolare di trattamento di vecchiaia di importo superiore a 10 volte il minimo INPS, il quale lamentava una perdita mensile di
- € 170,30 nel 2023 e di
- € 316,80 nel 2024
rispetto a quanto avrebbe ricevuto con il calcolo per fasce.
Il nodo centrale è la differenza tecnica tra i due metodi:
- Sistema "a blocchi": si applica un'unica aliquota percentuale sull'intero importo della pensione, in funzione della fascia reddituale complessiva di appartenenza.
- Sistema "a scaglioni": l'importo è scomposto in fasce successive, ciascuna rivalutata con la propria aliquota (più favorevole per le fasce più basse).
Il sistema a blocchi produce inevitabilmente una rivalutazione inferiore rispetto a quello a scaglioni, e può generare un effetto di allineamento: pensioni originariamente distinte finiscono per convergere sullo stesso importo rivalutato. Per evitare il più grave "effetto di sorpasso" — in cui una pensione inizialmente più bassa supera quella più alta — le norme censurate prevedono una apposita clausola di salvaguardia, che allinea i trattamenti contigui entro margini differenziali contenuti (al massimo € 68,09).
Il rimettente riteneva che questo meccanismo violasse gli artt. 3, 36 e 38 della Costituzione, ledendo i principi di proporzionalità, adeguatezza e non contraddittorietà del sistema pensionistico.
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2) La decisione della Corte: perché il sistema a blocchi supera il vaglio
La Corte ha respinto tutte le censure con argomentazioni precise.
Sul piano degli artt. 36 e 38 Cost. (proporzionalità e adeguatezza), i giudici hanno rilevato che i differenziali d'importo entro cui si verifica l'allineamento sono numericamente esigui e non tali da compromettere il nesso, pur tendenziale e non rigido, tra pensione e lavoro prestato.
Viene evidenziato che il legislatore dispone di ampia discrezionalità nel bilanciare la tutela dei pensionati con le esigenze di finanza pubblica — documentate nelle relazioni tecniche ai disegni di legge, che stimavano risparmi di circa 2,1 miliardi nel 2023 e 4,1 miliardi nel 2024.
Inoltre occorre tenere presente che il sistema a blocchi non "blocca" la rivalutazione: garantisce comunque un aumento a tutti i trattamenti, seppur in misura ridotta per le pensioni più alte.
Sul piano dell'art. 3 Cost. (ragionevolezza e non contraddittorietà), la Corte ha chiarito che la critica al sistema a blocchi ricalca sostanzialmente quella già respinta in relazione agli artt. 36 e 38. Una volta escluso che l'allineamento tra classi reddituali contigue leda la proporzionalità — stante l'esiguità delle differenze che si realizzano — non può configurarsi alcuna irragionevole contraddizione con i criteri retributivi e contributivi di calcolo delle pensioni.
La Corte ha infine ricordato che sistemi analoghi di limitazione della perequazione erano già stati ritenuti conformi alla Costituzione (sentenze n. 173/2016, n. 234/2020, n. 19/2025 e n. 167/2025), e che solo una misura tale da rendere manifestamente irragionevole la scelta legislativa potrebbe giustificare una dichiarazione di incostituzionalità.
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3) Scarica qui il testo della pronuncia
Sentenza Corte Costituzionale n. 52 2026
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